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martedì 10 aprile 2012

L'offeso e l'offesa

La legge dovrebbe perseguire di più gli offesi: sono loro a farla da parte attiva in un'offesa.
Se venisse detto qualche volta in più "scusa" e se solamente venisse eliminata la propria opinione (che poi non è la propria) da applicare per forza a qualsiasi cosa, a qualsiasi luogo ed in qualsiasi circostanza (più per diritto di replica che per vera necessità), nessuno più si ritroverebbe nella condizione di dover dire: "Io sono stato offeso" da qualcuno o da qualcosa.

venerdì 15 aprile 2011

"Dò i numeri"

L'oclocrazia (dal greco όχλος = moltitudine, massa e κρατία = potere) è una forma di governo in cui le decisioni sono prese dalle masse.

Il termine, che ha un'accezione negativa, compare per la prima volta nelle Historiae (6.4.6) di Polibio, che la considera una forma di degenerazione della democrazia, in quanto inevitabile conseguenza dei comportamenti demagogici legati all'acquisizione del consenso.

Nella visione di Polibio, il disordine politico che consegue all'instaurazione di un sistema oclocratico ha come unico sbocco il ritorno alla monarchia o comunque di una forma dittatoriale.

Nella letteratura di Benjamin Franklin e altri scrittori repubblicani sono la mancanza d'etica e una eccessiva presenza di moralismo a spingere la democrazia verso la dittatura, mentre il processo inverso porta alla repubblica.

Fonte wikipedia

lunedì 28 marzo 2011

Incipit

«Il metodo Sharoff era un metodo fondato sul risveglio dei sentimenti. Per commuoverti dovevi fare cose turpi, come pensare che tua madre era morta. Stanislavskj beato. Io a mia madre volevo molto bene, m'aveva pure concesso di iscrivermi all'accademia, ma pensarla cadavere mi ripugnava, e comunque non mi risvegliava un bel niente. Non mi faceva piangere. La morte, in generale, non mi ha mai fatto piangere. È così incipiente. È un incipit.»

Carmelo Bene

martedì 26 gennaio 2010

Il silenzio


Questa è la logica: la logica, come ben sapeva Nietzsche, è una modificazione dell’istinto, non è la ragione contro l’istinto, ma è l’uomo che ha bisogno di calcolare il mondo per reggere al suo mistero. Nulla di più istintuale della ragione. Educare vuol dire suscitare, liberare nei ragazzi questo istinto di razionalità, perché è dell’istinto capire. Questo istinto non può essere liberato se non c’è lo sforzo e la pazienza del methodos; il logos esige il methodos, ma il methodos, non deve essere mai una cosa "preparatoria a"; ci sarebbe altrimenti il metodo del metodo del metodo del metodo del metodo.. e questo sarebbe metodologismo per cui non si raggiunge mai la cosa. Noi abbiamo abbandonato la responsabilità della cosa rifugiandoci in un generico metodologismo che non la raggiunge mai. La curiosità invita a percorrere il mondo, ma la curiosità diventa dabbenaggine, perdita di tempo e accidia se non si realizza in una conquista di risultato. Si può apprendere bene tutto a partire dal fatto che si sappia fare bene una cosa sola, altrimenti la curiosità diventa peregrinazione superficiale.
Per dare un methodos, a questo odos, ritmo, l’ultima cosa che mi pare importante rilevare è relativa non tanto alle dimensioni del pensiero ma, chiamiamole così, alle condizioni della mente, alle condizioni dell’anima. Tutto quello che ho detto credo che abbia sufficientemente mostrato come il pensiero è comunicazione, e come sia indescrivibile un pensare che non sia comunicare, ma la comunicazione comunica soltanto se c’è un contromovimento che in certo senso la blocca e la critica. La parola risuona solo nel silenzio, la parola originaria della creazione, "e Dio disse". Se non c’è il silenzio, la parola non risuona, c’è la confusione. E’ importante, perché vi sia comunicazione, che questa comunicazione risuoni in un silenzio che non è l’assenza di parola ma è l’ascolto della sua attesa. La parola comunica se è attesa, se non annulla l’ascolto, riportandolo nella performance stessa della comunicazione. Si parlava dei media, della televisione: la televisione annulla l’ascolto perché è implacabile, non fa ascoltare il silenzio e quindi non può sorgere la domanda: "è vero?". In tal modo si sviluppa la mimesi performativa per cui quella parola è sempre un ordine e non è mai una verità, un sapere ascoltare, un sapersi ascoltare. Allora la comunicazione ha bisogno dell’interrogazione, deve risuonare nel silenzio, perché solo nel silenzio la parola può essere accolta come una semente e meditata, altrimenti si vanifica in brusio in rumore.